Infiammazione, DNA mitocondriale, metilazione, modulazione epigenetica dell’infiammazione, impatto ambientale, inquinanti, nutrizione e nutraceutica, esercizio fisico, medicina funzionale. Sono alcune delle tematiche affrontata nel corso dell’evento “Dalla cellula alla longevità nell’era epigenetica”.

Relatori di calibro nazionale e internazionale hanno aperto un dialogo sulle novità e l’innovazione della frontiera scientifica per “formare” clinici, farmacisti, biologi, nutrizionisti e operatori sanitari in genere, sulle opportunità e strumenti in ambito di biologia medica per educare il paziente alla prevenzione e a comportamenti favorenti una salute “longeva”, fisica e cerebrale.

Nel corso del Congresso è stata, inoltre, presentata la VI edizione della Scuola di Alta Formazione in Epigenetica, Biofisica, Nutraceutica e Nutrizione, quale occasione di approfondimento degli argomenti toccati nella giornata di lavori.

I fattori di rischio

Infiammazione, inquinamento, sostanze tossiche, come i metalli pesanti, carenza di ossigeno, stress e stress ossidativo, stili di vita scorretti (alimentazione poco sana, scarso sonno e di povera qualità, sedentarietà), disagi o inadeguata gestione delle dinamiche e implicazioni psico-emozionali.

«Sono un pool di elementi e implicazioni, identificate dai filoni di ricerca più attuali – spiega Mauro Miceli, docente Aggregato di Scienze di Laboratorio Biomediche presso il Polo Biomedico, Università di Firenze e di Area Biochimica applicata e Nutrizione Funzionale all’Università N. Cusano di Roma, nonché moderatore della sessione congressuale mattutina insieme a Grazia Fenu Pontori, studiosa dei fattori che promuovono la longevità sul territorio sardo (Ogliastra), a elevata prevalenza di centenari – quali cause potenziali di danno alle cellule e ai tessuti, letti in ottica di medicina epigenetica.

A partire da questi fattori di rischio, la scienza ha identificato una serie di buone pratiche, dagli stili di vita all’uso di composti, nutraceutici e prodotti colloidali di origine vegetale, garanti di un apporto immediato delle sostanze nutritive senza perdita di biodisponibilità, che hanno cominciato come altri ad affacciarsi sul mercato italiano da circa 25 anni, di cui oggi vi sono evidenze di comprovata efficacia. Sostanze che selezionate in maniera personalizzata in base all’accurata anamnesi e bisogni di salute del paziente, contribuiscono a potenziare la resilienza dell’organismo verso agenti tossici, con effetti anche di prevenzione contro lo sviluppo di specifiche patologie legate all’età, tra queste il declino cognitivo».

Tutto ruota attorno all’infiammazione

È un fattore cruciale, ma non il solo, nel processo di invecchiamento e danneggiamento cellulare. «Crescono le evidenze – prosegue Miceli – circa l’impatto indotto dall’infiammazione che viene “accesa” tanto da fattori voluttuari, comportamenti a rischio e/o scorretti, quanto dal contesto ambientale. Nel corso delle relazioni della giornata, infatti, oltre al mio contributo in cui ho sottolineato come l’ipossia, l’insufficiente apporto di ossigeno ai tessuti, inneschi dinamiche collegate ad uno switch metabolico con riprogrammazione cellulare e a una intossicazione della matrice extracellulare, unitamente a un pericoloso connubio con il processo infiammatorio cronico che induce la produzione di mediatori che supportano il legame ipossia-infiammazione, altri colleghi hanno portato all’evidenza l’impatto ambientale sulla salute della popolazione.

In particolare, è stato citato il caso degli abitanti della Terra dei Fuochi, a riprova della relazione fra infiammazione e agenti inquinanti presenti nell’atmosfera, tanto volatili, quanto derivanti da sostanze solide. Tra questi i metalli pesanti, in primis il mercurio, introdotti in larga misura nell’organismo dal consumo di alimenti di origine vegetale, frutta e verdura, come anche dalle carni animali, bovini, ovini e ogni altra specie di terra che li “assorbono” dai prodotti del suolo, trasferendoli quindi all’uomo, e dai pesci che impregnano le loro corni di tossine presenti nelle acque inquinate dei mari/fiumi come anche di microplastiche che studi di letteratura confermano danneggiare ad esempio le gonadi maschili. L’ingresso di tali sostanze tossiche, che si accumulano in prevalenza nel fegato e nei reni, due organi emuntori per definizione, con l’incarico di smaltire tossine e scorie dall’organismo, agiscono in maniera potente e silenziosa su un processo infiammatorio già presente o di nuovo innesco, responsabile a sua volta dello sviluppo di patologie, appunto a base infiammatoria».

Ma non solo l’ambiente: cibi ad alto contenuto calorico e di grassi, sono co-responsabili dell’innalzamento dei livelli di colesterolo, riconosciuto come un fattore impattante quando è modificato, quindi ossidato e/o glicato, sullo sviluppo potenziale di infarto, riducendo il “capo di imputazione” ai suoi livelli quantitativi, al fianco dell’omocisteina (altro elemento correlato a questa problematica clinica), e altre patologie cardiovascolari.

Reazioni a catena

Rischio, quello per l’infarto, che può essere alimentato e potenziato anche dalla scarsa quantità e qualità del sonno, il poco sonno a sua volta può indurre un aumento degli stati di ansia e di disturbi psico-emozionali. Un circolo vizioso, eventi a catena, che hanno un unico “outcome”: produrre un generale stato infiammatorio, poco favorevole per la salute e il benessere olistico della persona. Non ultimi ulteriori target subiscono gli effetti dell’infiammazione: il microbiota – cattiva alimentazione, stress ne inducono la metamorfosi delle composizione – o i macrofagi, globuli bianchi presenti nei tessuti di polmoni, fegato, intestino, pelle, che hanno il compito di espellere gli agenti patogeni. Attività che può essere “silenziata”, o la cui funzione può essere in qualche misura inibita dall’azione contrastante dell’infiammazione.

«Eventi – precisa il professore – che possono essere parzialmente stemperati dall’uso di specifici nutraceutici. Tra questi la curcumina, che viene assorbita dall’organismo, a differenza della curcuma, poco o affatto biodisponibile, fatta eccezione per composti in cui sia presente una miscela di pepe nero all’1-2% o in forma di curcuma liposomiale, aggregata cioè al veicolo liposomi, che incide favorevolmente sulla riduzione della neuroinfiammazione, quindi, sul rallentamento del declino cognitivo e non solo. Studi di laboratorio, in vitro, confermano una azione simile a livello cerebrale anche del té verde, specificatamente sulle placche amiloidi nella Malattia di Alzheimer, o del resveratrolo.

In quest’ultimo caso preparati formulati ad hoc che si avvalgono per l’allestimento di particolari tecnologie ne potenziano la biodisponibilità e l’assorbimento a livello organico, evitando ad esempio di dovere bere in modo illogico elevate quantità di vino rosso per ottenerne effetti benefici». Sempre a livello cognitivo, uno studio retrospettivo, condotto circa 3 anni fa, su una popolazione di 20 mila giapponesi, ha dimostrato che il consumo di alcuni funghi medicinali, almeno 3 volta a settimana, si associa alla netta riduzione del rischio di declino cognitivo. La micoterapia, impiegata con successo anche in Italia, è stata introdotta nella pratica clinica a seguito di importanti studi della professoressa Stefania Cazzavillan, esperta nella relazione inflammaging-nutraceutica-micoterapia, appunto.

Test e tecnologia

La “ricerca” di sostanze tossiche nell’organismo, come i metalli pesanti, oggi può essere favorita anche dall’utilizzo di strumenti raffinati, tecnologici, altamente performanti, tra cui il test S-Drive, che fornisce/forniscono indicazioni ulteriori a esami sul plasma, talvolta non sufficienti alla rilevazione di particolari sostanze nocive. «L’S-Drive – chiarisce Mauro Miceli – che si esegue sul cuoio capelluto, un tessuto chiave per la sua matrice extracellulare, è una tecnologia potentissima, capace di leggere in soli 15 minuti oltre 800 marker, parametri biochimici riferiti al sistema corpo e alla salute generale, che per le “leggi dell’epigenetica” subiscono le influenze di quanto mangiamo, compreso i nutrienti che assimiliamo, dell’aria che respiriamo e quindi della corretta ossigenazione, degli stati emozionali, sensazioni e pensieri, della quantità di movimento che eseguiamo, suggerendo in termini di vitamine, acidi grassi, antiossidanti e amminoacidi, e molto altro cosa integrare, cosa potenziare o come favorirne l’equilibrio».

Le best practice della longevità

Prediligere la qualità alla quantità degli alimenti, impostare una dieta sullo stile mediterraneo, anche se non tipicamente mediterranea, con un ricco apporto di frutta, legumi, verdure, frutta secca, olio di oliva, fra i primi. Praticare esercizio fisico regolare e ben strutturato, meglio se all’aria aperta, mediamente 3 volte a settimana, “prescritto” come un farmaco.

«Anche una semplice camminata – conclude il professor Miceli – e in generale l’attività fisica, hanno un impatto positivo a livello circolatorio, sull’ansia, sul rilassamento muscolare, sulla formazione dell’osso, che va affiancata da un supporto di nutraceutici “personalizzati”, valutando anche l’opportunità di somministrare sostanze a beneficio del sistema psico-emozionale e che lavorano efficacemente anche sulla prevenzione cerebrale. È necessario pertanto che medici di medicina generale, specialisti e farmacisti abbiamo una adeguata formazione e competenza in nutraceutica. Quindi, le best practice per la longevità si strutturano su un invecchiamento sano e attivo in un contesto di socialità».