Il microbiota come elemento “di salute” cruciale nella gestione e trattamento dell’obesità. Implicato nell’insorgenza di svariate condizioni cliniche e ad elevato impatto sanitario e sociale, come malattie croniche non trasmissibili, patologie cardiovascolari, disturbi del comportamento alimentare, disagi psichici, diabesità (unione di diabete e obesità strettamente interconnessi), il microbiota è oggi all’attenzione della ricerca clinica e scientifica.

A fare il punto sul tema gli esperti, pediatri genetisti, cardiologi, ricercatori, e molte altre expertise, radunati a Milano, in occasione del Congresso “Obesity Day Summit su obesità e microbiota” (4-5 Marzo), promosso dall’Ordine dei Biologi della Lombardia (OBL), con il patrocinio di Università, tra cui l’Università Vita-Salute-San Raffaele di Milano e di e-campus Università, importanti istituzioni scientifiche quali la Società Italiana di Biologia Sperimentale, fondazioni, tra queste Fondazione Valter Longo, Fondazione Don Carlo Gnocchi Onlus, e diversi altri partner, coinciso con la Giornata Mondiale per la Prevenzione dell’Obesità (4marzo).

L’esposoma

Malattia multifattoriale, cronica e recidivante, l’obesità risente anche dell’ambiente, dell’esposoma, il pool di agenti inquinanti e patogeni a cui ciascun individuo è esposto nel corso della vita responsabili, potenzialmente di una storia di malattia.

L’esposoma è un “ingrediente” complesso, influenzato da una componente interna, intesa come risposta adattiva dell’organismo che coinvolge processi cellulari e molecolari, come genoma, epigenoma, mRNoma, trascrittoma, proteoma, metaboloma, cui più di recente ha preso spazio anche il microbioma.

Fattori che possono esser modulati e modificati ad esempio da attività fisica, microbiota intestinale, stress ossidativo, equilibrio ormonale, e da una componete esterna. Questa a sua volta suddivisa in specifica, gli agenti esterni specifici a cui ogni individuo è esposto, come fumo, dieta, agenti chimici/fisici, e generale su cui interagiscono influenze socio-economiche, ambientali e psicosociali, dal clima, al verde, al traffico, all’ambiente urbano e rurale. Questi fattori possano stimolare lo sviluppo di infiammazione cronica intestinale di basso grado, riconosciuta come un fattore che promuove l’obesità.

Lo stretto legame tra attività fisica e microbiota

Uno studio piuttosto recente dell’Università di Parma ha dimostrato lo stretto legame esistente tra esercizio fisico e salute intestinale esaminando i dati metagenomici di atleti ed individui sedentari adulti.

I dati suggerirebbero che l’esercizio fisico è in grado di influenzare positivamente l’ecosistema microbico intestinale. L’analisi effettuata su campioni fecali degli oltre 400 partecipanti allo studio, rivela una maggiore produzione di acidi grassi a catena corta (SCAF) nel microbiota degli atleti, fattore fondamentale per l’efficienza metabolica e lo stato di salute generale.

Pertanto dai risultati emersi, è possibile dedurre che l’attività fisica e lo stile do vita correlato, intervengano nella modulazione della composizione del microbiota intestinale, inducendo alcune modifiche dei profili tassonomico con un potenziamento dei microbi intestinali produttori di SCAF.

Ulteriori studi avrebbero, inoltre, evidenziato una correlazione tra specie batteriche specifiche e sintesi biologiche ad alto impatto (HIBS), responsabili della produzione di metaboliti, quest’ultima indotta dai batteri intestinali, ed in particolare vitamina B12, derivati aminoacidi e altre molecole collegate alla riduzione del rischio cardiovascolare.

Cuore e microbiota

Il legame è stretto anche in funzione delle ultime evidenze secondo cui nel cuore sarebbero presenti dei neuroni, potenziale bersaglio della neuroinfiammazione causata dai lipopolisaccaride (LPS), cioè da uno dei componenti dello strato esterno della parete cellulare dei batteri Gram-negativi.

L’alimentazione errata e stile di vita concorrono alla formazione, come noto, delle placche e dello stato infiammatorio di basso grado. Pertanto, ripristinare l’ecosistema gastrointestinale facendo ricorso a specifiche soluzioni, tra queste i probiotici e gli alimenti fermentati, sembra essere una strategia efficace da affiancare alla dieta e all’attività fisica, eventualmente potenziata da alcuni fitoestratti.

La stretta relazione tra cuore e infiammazione è dimostrata anche da un ampio studio su oltre 2500 persone che ha indagato l’associazione tra i livelli sierici della proteina legante i lipopolisaccaridi (LBP) e l’incidenza di malattie cardiovascolari.

È emerso che elevati livelli di LBP correlano allo sviluppo di patologia anche dopo l’aggiustamento per i fattori di rischio cardiovascolari convenzionali. Pertanto sarebbe possibile dedurre che l’endotossienemia metabolica di basso grado abbia un ruolo nel contribuire alla patogenesi dell’aterosclerosi e della conseguenti malattie cardiovascolari attraverso l’infiammazione sistemica cronica.